Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà”.  Tra le frasi celebri di Walt Disney, questa tra tutte dipinge fedelmente il ritratto di un uomo che ha basato sul potere dell’immaginazione la propria leggenda; un eroe in linea con lo spirito del ventesimo secolo, forse la migliore incarnazione dell’American Dream, del successo assoluto costruito da zero dagli sforzi d’un singolo individuo con un sogno abbastanza grande che abbia la forza di crederci fino in fondo. Una fama poi basata sull’archetipo alimentato dal proprio universo interiore, diffuso ed espanso sulle ali degli ideali che un semplice nome ormai rappresenta, tra fantasia, ottimismo, meraviglia. Fu visionario tra il buio pesto della guerra e la luce accecante della propria speranza, e tanto grande fu quella necessità di rendere reale il mondo che avrebbe voluto vivere che decise di costruirselo da solo, palazzo per palazzo, mattone per mattone, letteralmente.

Nel 1966 il fondatore dell’omonima casa di produzione pubblicò un video di 25 minuti con cui sponsorizzava la propria idea di una città ideale, a immagine e somiglianza del parco divertimenti ormai capitale del regno Disneyano, con la sola differenza che era possibile abitarlo come cittadini effettivi. Un esperimento di società programmata, un new urbanism inizialmente proposto come “The Florida Project”; fine ultimo era creare un EPCOT, ovvero l’Experimental Prototype Community of Tomorrow; un centro abitato concretizzante al di fuori dei film di animazione l’equilibrio scintillante dell’universo fantasy ideale. La morte del suo creatore però, in quello stesso anno, costrinse ad accantonare l’idea fino al 1994, anno in cui la Walt Disney Company ordinò l’avvio della costruzione di una città basata su tale principio iniziale, meravigliosa e colorata come le immagini che i cartoni animati fino ad allora prodotti preannunciavano.

Fu da subito idea dall’immenso potere attrattivo: la promessa di una città perfetta fece tanta presa nell’immaginario e nel cuore degli aspiranti cittadini al punto che si rese necessario assegnare l’acquisto di lotti e case, e la così relativa possibilità di trasferirvisi, tramite lotteria. La prima famiglia, col primato della vittoria appunto, si insediò ufficialmente solo nel 1996.

Pubblicizzata come favola resa realtà, dietro ad ogni facciata finemente dipinta o motivetto allegro diffuso per le strade dagli altoparlanti dell’idillio cittadino, Celebration, nome di battesimo dell’utopia urbanistica, fu progettata a modello per ricreare l’ambiente di tranquillità e pace tanto a cuore al ceto americano medio, figlia dell’immaginario dell’industria dell’intrattenimento. Era un progetto pensato per l’espansione, prototipo di una lunga serie di altre città ideali con casette ideali, strade ideali e cittadini ideali; gli standard di comportamento erano alti come quelli per le abitazioni, ripetitivi e omologanti: era richiesta, come “tassa di soggiorno”, la partecipazione a un lungo seminario che insegnasse, ai futuri padroni di casa, come essere buoni, ottimi, impeccabili, perfetti cittadini. Era in cambio promesso loro un ambiente pulito in sicurezza perenne, perfetto per crescere bambini sani, sorridenti e felici, che potessero frequentare una scuola sperimentale d’élite. 

Nel 1960 nacque, appunto, per i figli dei cittadini, la Celebration Teaching Academy: una struttura scolastica nuova che perseguiva un modello educativo avanguardista, con classi da 80 studenti per tre educatori; non fu però un successo come prospettato, anzi: dopo meno di un anno preside e quasi la totalità del corpo docente abbandonarono il posto, e altrettanti genitori ritirarono dalla scuola i propri figli additando la propria scelta all’inutilità di tale tentativo di educazione alternativa. Non fu che l’inizio dello sgretolarsi dell’utopia, e tante furono le leggende e gli incidenti che le aspettative create sulla città provocarono, a partire da coloro che si mostrarono troppo amichevoli con gli alligatori abitanti i corsi d’acqua della periferia, credendo si trattasse di animatronics simili a quelli dei parchi divertimenti, rimettendoci un braccio o poco meno; ma procediamo per gradi.

Le fondamenta di Celebration furono gettate nelle periferie del Disney World in Florida, nella contea di Osceola, location perfetta per clima e paesaggi, che si vide arricchita da villette da cartolina con staccionate bianche, facciate colorate, porticati in legno e strade lastricate, nel rispetto di uno stile architettonico particolare che rimarrà requisito base per le nuove costruzioni. I cittadini cominciarono a riferirsi ai confini della città con l’appellativo “the bubble”, in quanto sembrava loro, sorpassata l’insegna stradale che dava il benvenuto in città, di varcare i confini di un

universo-bolla a parte, nel bene e nel male, con quel senso di inquietudine che proveremmo nell’entrare su un set troppo reale del Truman Show o in un troppo reale racconto di Orwell; un angolo di mondo isolato dal disagio e dalle scomodità della realtà circostante. Una città vera eppure così terribilmente artificiale, fornita di tutto ciò che si riteneva necessario per permettere una vita agiata e felice all’insegna della preservazione dei valori della famiglia tradizionale; munita di sistemi di sicurezza elettronici, una scuola progressista, un ospedale, tanto verde, infrastrutture tecnologiche e moderne, una pista di ghiaccio su cui pattinare come nei migliori speciali di Natale firmati Disney: l’azienda investì quattro miliardi per assumere architetti e ingegneri, imponendo marcatissimi standard alle decorazioni e ogni altro aspetto dell’estetica cittadina, per incarnare alla perfezione quanto il pubblico potesse associare all’universo del fantastico creatore di utopie per eccellenza. Per noi profani, entrare a Celebration darebbe l’impressione di mettere piede in una delle minuscole cittadine dell’America di prima della guerra, rappresentando, o almeno così si dice, il mondo in cui Walt avrebbe voluto crescere, lontano dalla scomodità e dal tipico grigiore urbano.

Anche la sanità di Celebration fu un tentativo di modernizzare il modello privatistico tipico della società statunitense: fase cruciale fu la creazione della Celebration Health, parte di un nuovo trend che volgeva ad una visione unitaria della sanità che tendesse alla cura quanto al rilassamento, una strana mistura tra una clinica e una SPA. Erano oltretutto predisposti ferrei limiti demografici per permetterne controllo e sicurezza, vietando il superamento delle 20mila unità abitative.

Come potremmo aver notato Disney creò Celebration plasmandola e temperandola sull’ideale americano di borgo immacolato, perfetto; eppure la recessione, una serie di brutali omicidi e il fallimento dei nuovi modelli abitativi avvelenarono, pian piano, la magia. Per quanto la cittadina potesse essere pensata come “spiaggia paradisiaca”, nacque da un’idea che si rivelò fallimentare fin dal primo istante. La nuova città partiva già dalla sua fondazione con un divario socioeconomico importante, reso ancora più invalicabile nel 2006 dalla crescita esponenziale del valore delle abitazioni, inizialmente stimato a 124.000 dollari, superando almeno del 20% la possibilità di spesa dell’americano medio. Verrebbe da credere che a tale valore fosse associata quantomeno la perfezione edilizia, ma già dalle origini molte abitazioni presentavano ingenti danni strutturali, al punto che nella primavera del 2016 l’associazione di proprietari dei condomini intentò causa civile contro i proprietari di immobili che chiedevano riparazioni da 15 a 20 milioni di dollari. Dobbiamo pur ricordare che la città all’epoca non era più di proprietà della Walt Disney Company ma era passata alla Lexin Capital, che acquistò la struttura intera, pur sottomettendosi alla clausola disneyana che prevedeva che lo stile architettonico delle nuove abitazioni rimanesse coerente alle strutture già realizzate, quindi basandosi sugli stessi sei stili permessi: classico, vittoriano, coloniale, costiero, mediterraneo e francese. Fu proprio tale clausola a fungere da giustificante per la nuova azienda proprietaria nel ritardo dei lavori dovuti, in quanto gli appaltatori assunti per la messa a norma della città affermarono di essere costantemente ostacolati e rallentati dal doversi attenere alle linee guida stilistiche e difficoltà di rispetto dei tempi di realizzo tanto materiali quanto progettuali.

Arrivò presto l’inverno, e come in ogni favola un vento gelido iniziò a soffiare anche sulle belle case di Celebration: i cittadini persero i propri lavori, dovendosi rifare sul valore delle proprie case; le famiglie una dopo l’altro si svegliarono scoprendo che gli amati e deliziosi vicini del vialetto accanto erano partiti nel cuore della notte vendendo la casa a sconosciuti.  La restante flebile idea di sicurezza andò in frantumi definitivamente nell’estate del 98, con la scomparsa di quattro giovani in vacanza in Florida. Solo mesi dopo i loro corpi ormai irriconoscibili furono trovati nelle profondità di uno degli stagni di Celebration. La morte fu attribuita alla pericolosità di una curva, oltretutto non segnalata, immediatamente precedente allo stagno, anch’esso non preannunciato da alcun cartello, che ne decretò la morte.  Celebration è considerata un’area a basso tasso di crimine, ma la crisi economica e alcuni spiacevoli delitti prosciugarono la sorgente di tale incantesimo. Al macabro preludio del laghetto e dei ragazzi scomparsi seguì dopo pochi mesi il primo omicidio: il 29 novembre 2010 Matteo Giovanditto, residente e insegnante in pensione 58enne, venne rinvenuto strangolato nel proprio letto. Accusato e arrestato per l’omicidio fu David Murillo, che dichiarò alle forze dell’ordine di aver semplicemente risposto alle molestie sessuali dell’uomo, e che ora sconta un ergastolo negli Stati Uniti. Ancora, al primo omicidio seguì, a distanza di pochi giorni, il primo suicidio. Craig Foushee, cinquantaduenne, si tolse la vita a causa della perdita del lavoro e al fallimento del proprio matrimonio, dopo 15 interminabili ore barricato in casa propria in trattative con la polizia. Per ultimo, all’inizio di gennaio 2020, Anthony Todt, 44enne, finì sotto indagine per l’assassinio della moglie e dei tre figli avvenuto tra le pareti della casa da loro affittata a Celebration.

Tutti casi tragici, devastanti dal punto di vista umano, che non possono che alimentare il già troppo ampio dibattito sull’utopia immaginata da Disney e sui suoi presupposti. Una città sempre illuminata dai fari dell’immaginazione e della gioia che si riscopre piena di zone d’ombra, di infiltrazioni di muffa nera tra le sue belle tegole coloniali. Infrastrutture fragili e instabili, educazione carente, divario sociale e omicidi: di sicuro non ciò che ci si aspettava dal copione preannunciato per Celebration, che seppur oggi non porti più il marchio fondante della Walt Disney Company, ha però impresso a fuoco nelle carni cittadine l’inesorabile proseguo della sua storia.

Una realtà brillante che ha mostrato il proprio limite e incapacità d’incantare e nascondere oltre un certo, invalicabile, punto. E dietro a ogni finestra sbuca l’enorme pupilla di questo grande fratello immobiliare, nato dalla retorica architettonica di fine anni 60; la città si rivela trappola, strumento alienante di produzione di cittadini facilmente inscrivibili in percorsi predeterminati, plasmabili e indirizzabili alle scelte nel catalogo loro proposto, nulla più che consumatori del prodotto vita. Così, tra alberi finti e ghiaccio sintetico, quella società perfetta che la città del sogno doveva rappresentare, mutando nell’ennesima, tipica, città di un’America di periferie e contraddizioni, lentamente muore.

Al termine dei giochi a Celebration è tutto reale, è tutto vero, non c’è niente di inventato; niente di ciò che si vede nell’eterno show della città ideale è finto; ogni cosa è, semplicemente, controllata.

E quella magia, che sia vera o falsa, come Walt sapeva, ha sempre un prezzo. E qualcosa mi dice che Celebration non ha ancora finito di pagare il proprio.

Articolo a cura di Domenico Porcelli

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