Una folla immane, viva, fremente, si accalca come valanga tra marciapiede e strada al 254 della 54esima strada di Manhattan, bloccando il traffico, allarmando i passanti, illuminando l’asfalto dei riflessi cangianti di mille e mille lustrini. È il 26 aprile del ’77, e pur non avendo ancora mai aperto al pubblico, il locale, destinato a diventare il simbolo portante di una nuova era, aveva già la pretesa di voler soppiantare ogni altro locale nell’immensa New York; e seppur per poco, ci riuscì.

Nata dall’incontro fortuito delle ambizioni di Steve Rubell e Ian Schranger, all’epoca appena trentenni con la voglia di fare soldi e sfruttare l’onda inarrestabile della disco music, lo Studio 54 si fregiò di un’anima di libertà pura e disinibizione: era l’anno della Febbre del Sabato sera, di una generazione americana che risuonava forte all’idea d’un luogo in cui scuotersi di dosso, ballando, la polvere d’ansia e sconforto del Vietnam, della repressione sessuale, degli stereotipi e dello scandalo Watergate.

Semplicemente, immaginate: a un angolo della sala Elton John balla con Divine, la drag Queen icona del Camp, dall’altro una Madonna ancora sconosciuta si agita tra le socialite in tulle trasparente, Liz Taylor beve sui divanetti, splendida e inarrivabile, Mick Jagger guarda dal pavimento sua moglie Bianca, la notte del suo 32esimo compleanno, arrivare trionfante su un immenso cavallo bianco guidato da un ballerino ben poco vestito. E ancora Andy Warhol, David Bowie, Woody Allen, Salvador Dali, Yves Saint Laurent, Diana Ross, Michael Jackson, Gina Lollobrigida. La crème de la crème della grande mela, il meglio tra moda, arte, spettacolo, politica; sudavano e ballavano e bevevano e ansimavano e si amavano. Per notti indimenticabili che sembravano eterne, la summa degli eccessi tra droga, alcool e libertà sessuale, ancora lontani dallo spettro dell’HIV che avrebbe poi inquietato il decennio a venire, consacrarono lo Studio 54 nell’Olimpo dei night club.

Certo il fato aveva dato ai due uomini un grosso aiuto: alla notizia che la CBS avrebbe lasciato i suoi studios sulla 54esima di New York, in un edificio del 1927 nato come teatro, i due imprenditori fiutarono subito l’affare. Con lo spazio, l’emittente televisiva si sarebbe lasciata alle spalle i vecchi set dei suoi programmi televisivi, che furono rilevati, modificati e il tutto battezzato col soprannome con cui praticamente era già conosciuto: “lo studio sulla 54”. Glamour, trasgressivo, scintillante; la verve di spettacolarizzazione della Mecca della Disco Music divenne presto parte integrante del mood generale, capace di influenzare tutto ciò che sarebbe venuto dopo, a cominciare dagli anni 80 stessi.

Una strana aria di democrazia e dittatura, come Wharol stesso poi le definirà, aleggiava tra ingresso e pista da ballo. Gli eletti che riuscivano a varcare la soglia del locale erano finemente selezionati, il giudizio era duro ma ben lontano da ogni impronta classista; all’interno baristi e commessi ballavano con star della musica, showgirl e produttori; non era questione di estrazione sociale, ma di sapersi muovere e apparire, non di cosa o quanto indossare ma come farlo. Una folla clamorosa di celebrità disinvolte tra gente di ogni età, razza o orientamento sessuale ogni notte veniva osservata e selezionata attentamente, mentre, tragicamente, qualche povero avventore scartato perdeva il respiro nel tentativo disperato di entrare tramite il condotto di aerazione. Eppure, la musica imperterrita non smise di serpeggiare tra gli astanti, dei immutabili e immortali per qualche notte soltanto, eletti e resi inarrivabili da una semplice selezione all’ingresso.

E se pensate che al potere di esclusione dei potenziali ospiti si ponessero limiti basati sulla fama degli ospiti in fila, non avete ben chiari i principi di una dittatura. La notte di San Silvestro del ’77 fu negato l’accesso al locale, che avrebbe a breve ospitato la performance di Grace Jones, al chitarrista Nile Rodgers e al bassista Bernard Edwards del gruppo folk rock statunitense CHIC; i due tornarono pregni dell’onta di umiliazione e rabbia al proprio appartamento, dove tra i fiumi di alcool e allucinogeni intonarono invettive contro il Club che aveva osato allontanarli. Quelle stesse urla, successivamente, saranno trasformate in uno dei pezzi più famosi della musica e soprattutto della hit più famosa della band stessa che incarna, in qualche modo inconscio, tutto ciò che allo studio 54 avrebbero potuto assistere; per cui poi, si sa, Le freak.. c’est Chic.

Le aspettative si alzavano e man mano erano mantenute inarrivabili; dai tre natali in cui il club restò aperto, dal ’77 all’80, ci giungono le foto di Tod Papageorge e Ron Galella, due dei fotografi che frequentavano il club, che ritrassero squadroni di bei ragazzi con addosso nulla più che shorts, cappelli e barbe da babbo natale, scorrere per i tavoli a intrattenere gli ospiti, mentre personalità tra le più disparate in tessuti traslucidi e paillettes brindavano con champagne e sorrisi ammiccanti. E d’un tratto, un’intera coltre di minuscoli astri cadde dal cielo. Una trovata costosa, pericolosa, geniale. Nel mentre della mezzanotte del Capodanno del 1979 quattro tonnellate di glitter furono fatti calare dal soffitto sugli ospiti, quasi a volerli rendere ancor più luminosi di quanto già fossero. Bastano le parole di Ian Schrager a capire la portata visiva di tale pioggia di scintille: “Sembrava di camminare sulla polvere di stelle! La gente aveva i glitter fin dentro i calzini, se entravi nelle case delle celebrità nei sei mesi successivi ancora capivi se fossero stati allo Studio 54 a Capodanno”.

Gli ambienti erano separati come aree di una splendida savana sociale, la pista da ballo era territorio da gazzelle, la Rubber Room sul terrazzo da leoni, e leggenda narra che oltre queste vi fosse un’altra area ancora più nascosta, “una sala segreta dedicata solo alle divinità del club; un posto di segreti e secrezioni, di respiri e affanni”, scrisse poi la Jones. Ma l’incarnazione del “place to be” newyorkese cominci a tremare sulle sue fondamenta quanto i proprietari presero a vantarsi che nella grande mela, meglio di loro, solo la mafia riusciva a fare soldi. Tali affermazioni e la già troppo intensa vita notturna del locale, legata indissolubilmente al consumo di cocaina e alcolici, infastidì gli agenti dell’Internal Revenue Service, l’agenzia governativa di riscossione dei tributi all’interno del sistema tributario degli Stati Uniti d’America, che poco prima del natale del 78 in un’ispezione al locale trovò sacchi e sacchi pieni di documenti controversi, coca e un’infinità di contanti.

Steve Rubell e Ian Schranger furono così accusati di aver nascosto quasi tre milioni di dollari d’incasso, e da qui condannati a ventimila dollari di multa e tre anni di carcere. L’ultima festa, quella d’addio, tenuta allo Studio lasciò gli ospiti in lacrime e prosciugò definitivamente la sorgente di quella magia. Nessuno più si dimostrò in grado di portarne avanti il nome, o assumersi i rischi dei continui oltraggi al pudore e infiniti altri illeciti coperti di porporina e oro. L’era della Disco Music si chiudeva con molte ombre e altrettanto sangue alle sue spalle, ma, crudelmente, senza che gliene fosse mai importato.

Articolo a cura di Domenico Porcelli

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