Lo scorso 21 febbraio, il presidente russo Vladimir Putin, dopo aver riconosciuto l’indipendenza delle Repubbliche separatiste filorusse di Lugansk e Donetsk, ha disposto il dispiegamento delle forze russe in territorio ucraino, facendo sfumare i tentativi incessanti dell’Occidente di evitare l’ipotesi militare.
Per giustificare il casus belli i vertici del Cremlino hanno qualificato tale mossa come finalizzata al “mantenimento della pace”, di fronte a una presunta persecuzione messa in atto da Kiev nei confronti delle minoranze russe del Donbass.
Durante un discorso tenuto alla nazione, Putin ha tentato di legittimare le decisioni assunte facendo ricorso a riferimenti storici, risalenti ai tempi di Lenin, che supporterebbero un’annessione forzosa del Donbass all’Ucraina, in modo da porre l’accento sui torti subiti nel corso degli anni e rievocare il ruolo di centro gravitazionale svolto dall’Unione sovietica, in modo da sottolineare l’illogicità dello smembramento successivo alla sua dissoluzione.

La schiera di Paesi che hanno condannato apertamente l’azione del Cremlino, si arricchisce sempre di piu, a fronte delle ripetute e palesi violazioni del diritto umanitario bellico, alle spese delle popolazioni civili.
A scapito di chi sostiene una sostanziale inerzia da parte dell’Occidente, è utile ricordare che l’unico strumento di cui gli stati occidentali possono avvalersi sono le sanzioni.
La lista di sanzioni imposte dai Paesi occidentali alla Russia è lunga e comprende sostanzialmente due tipi di sanzioni: sanzioni economiche e finanziarie e sanzioni personali dirette al presidente russo e alla sua ristretta cerchia di collaboratori, i famigerati “oligarchi”.
L’escalation di sanzioni economiche comminate alla Russia ha toccato livelli di gravità raramente esperiti in precedenza ed è destinata a produrre effetti negativi non solo sui suoi destinatari ma anche nei confronti degli stessi Paesi che le hanno previste. Tuttavia, i rischi connessi alle conseguenze di tali sanzioni sono il prezzo da pagare per la difesa della stabilità e della sicurezza internazionale.

Tra le sanzioni economiche e finanziarie più significative vi è il congelamento dei beni della Banca centrale russa, la rimozione dal sistema Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), la società belga che regola le transazioni tra migliaia di istituzioni finanziarie, che avrà un forte impatto sui proventi delle esportazioni russe, l’esclusione delle banche russe dal sistema finanziario del Regno Unito e la conseguente impossibilità di liquidare i pagamenti in sterlina.
Per quanto riguarda, invece, le sanzioni personali, la maggior parte sono dirette contro gli oligarchi russi vicini a Putin, allo stesso Putin, al suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, nonché ai principali magnati russi e sono dirette al congelamento dei loro beni, al divieto di viaggiare, al sequestro dei beni di lusso e alla limitazione della vendita dei famosi “passaporti d’oro”, che hanno consentito loro di ottenere diritti di residenza nel Regno Unito.
Accanto alle sanzioni economiche si è aggiunta la decisione del Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale deputata alla promozione della democrazia, dei diritti umani e dell’identità culturale europea, di estromettere la Federazione Russa dai suoi membri, in ragione delle gravi violazioni del diritto internazionale da essa perpetrate.

È, inoltre, al vaglio un terzo pacchetto di sanzioni da parte dell’UE che avrebbe lo scopo di ampliare ulteriormente la lista di banche e miliardari, in modo da fare pressioni su Mosca per un cessate il fuoco imminente.
La gravità delle azioni commesse dalla Russia ha motivato l’apertura da parte del procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Ahmad Khan, di un’indagine sui presunti crimini di guerra di cui sono chiamati a rispondere i militari dell’esercito russo, commessi in violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dello Statuto di Roma del 1998, atto istitutivo della Corte penale internazionale.
Sebbene esistano alcuni limiti all’azione della Corte penale internazionale in questo campo, dati dal fatto che né la Russia né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma e che sarebbero, pertanto, al di fuori della sua competenza, l’Ucraina nel 2014, in seguito all’invasione russa della Crimea ha attivato la giurisdizione della corte penale tramite una procedura speciale prevista dall’Articolo 12 dello Statuto e dall’Art. 44 delle “Rules of Procedure and Evidence”, che stabilisce che uno stato non membro può accettare la competenza della CPI relativamente ai crimini internazionali quali sono qualificabili gli attacchi deliberati sui civili, su ospedali, scuole e monumenti storici.
L’inconciliabilità delle posizioni delle parti rende controversa la possibilità di arrivare ad una soluzione diplomatica in grado di porre fine al conflitto.
Articolo a cura di Selene Catapano
